AgenPress. Sono passati 35 anni da quella sera del 23 settembre, quando il giovane #cronista del Mattino, Giancarlo Siani, veniva ucciso dalla camorra per aver denunciato in oltre 300 articoli la drammatica situazione di Torre Annunziata, flagellata dalla criminalità degli anni del post-terremoto del 1980, in cui andava crescendo il potere camorristico fatto di legami oscuri tra #malavita e #politica, traffici di droga e lotta tra clan.

Denunce che erano riflettori insopportabili per i #boss che lo condannarono a morte, nonostante avesse appena 26 anni.

Rosario Livatino, invece, era un giovane #magistrato di Canicattì e di anni ne aveva 38 quando, il 21 settembre del 1990, venne assassinato ad Agrigento dalla ‘stidda’, allora nascente organizzazione #mafiosa in contrasto con la vecchia ‘Cosa Nostra’ da cui aveva ereditato ferocia e spregiudicatezza. Livatino fu ribattezzato “il giudice ragazzino”, perché in tribunale era davvero il più giovane e il più ostinato nella ricerca delle verità scomode nei misfatti delle cosche, quando ancora non c’era la direzione nazionale antimafia e si lavorava con pochi mezzi a inchieste scomode su personaggi spietati e senza scrupoli.

Due giorni fa ho compiuto 33 anni, ricopro un ruolo istituzionale di cui sento ogni giorno il peso e la responsabilità e voglio celebrare questi due ragazzi degli anni ‘80, perché non siano dimenticati. Hanno pagato con la vita l’impegno nelle loro professioni, il rigore, ma anche l’idealismo di chi ha il sogno di un mondo migliore. Li rivediamo oggi nelle foto che hanno cristallizzato il tempo, eterni ragazzi sorridenti a cui dedichiamo targhe o Aule, come quella del nostro #ministerodellagiustizia intitolata proprio al giudice Livatino, perché nessuno ne dimentichi il nome e la storia.

Ai ragazzini di oggi, che saranno adulti domani, dobbiamo raccontare chi erano Giancarlo Siani e Rosario Livatino, giovani di ieri, che hanno creduto e combattuto e anche se uccisi non hanno perso, perché noi siamo qui a ricordare i loro nomi e la loro battaglia per la verità.

C’è una frase di Livatino, trovata in uno dei suoi appunti, che è spesso citata per la sua profondità e di cui dobbiamo conservare il messaggio indelebile: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.

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