Agenpet – Dopo aver denunciato la strage di canguri che sta avvenendo in Australia, un vero e proprio massacro che interessa oltre due milioni di animali l’anno, LAV torna sul tema diffondendo un dossier sulle dimensioni del mercato e la complicità del nostro Paese
nell’alimentare quello che è il più vasto e cruento abbattimento di animali selvatici al
mondo.

“Quello dell’Italia, primo Paese importatore di pelli di canguro in Europa, è un primato
di cui andare poco fieri – dichiara Simone Pavesi responsabile LAV Moda Animal Free
– nessuna pelle o pelliccia, infatti, può definirsi “sostenibile”, ma questa filiera in
particolare, presenta sofferenze inaccettabili per gli animali cacciati: una strage che
provoca morti lente e dolorose, con un numero impressionante di vittime “collaterali”,
cuccioli dipendenti dalle madri, deambulanti o ancora nel marsupio, animali feriti, o
fuggiti in preda al panico, tutti condannati a lenta agonia”.

Una mattanza descritta dal documentario “Kangaroo, A Love-Hate Story”, proiettato
per la prima volta in Italia ieri al Palazzo del Cinema di Milano, alla presenza dei registi.
Nel corso dell’evento, LAV ha diffuso i dati sul mercato italiano delle pelli di canguro e
i nomi delle aziende che ne alimentano il business.

Nel suo Rapporto LAV individua i principali brand italiani, in primis alta moda e
abbigliamento sportivo (calzature da calcio e tute motociclistiche) che fanno uso di
pelli di canguro.
Tra queste l’associazione ne cita alcune:
o Settore sportivo
▪ Calcio: DIADORA, LOTTO, PANTOFOLA D’ORO
▪ Motociclismo: DAINESE, DUCATI, GIMOTO, ALPINESTARS, VIRCOS
o Settore abbigliamento
▪ VERSACE, SALVATORE FERRAGAMO, PRADA
o Settore calzaturiero
▪ MORESCHI, MOMA, FABI

Da un primo tentativo di confronto avuto con alcune di queste aziende, è emerso che
nessuna è consapevole delle criticità della filiera: dalle violente uccisioni di cuccioli e
adulti, al volume delle uccisioni che stanno minacciando la sopravvivenza di intere
specie.
“LAV ha già avviato mesi fa un confronto con le aziende coinvolte, alcune si sono
dimostrate disponibili al dialogo come Ducati, Diadora e Prada, altre non hanno mai
dato alcuna risposta, come Lotto, Pantofola d’Oro, Dainese, Alpinestar, Vircos,
Versace, Ferragamo, Fabi, Moma, o addirittura respinto la richiesta di incontro con
LAV come Gimoto e MoreschI.

Da nessuna, comunque, abbiamo ricevuto
comunicazione di impegni concreti per la dismissione di queste produzioni – dichiara
Pavesi e aggiunge – nel corso degli incontri avuti abbiamo potuto appurare che,
generalmente, i responsabili delle produzioni non sono al corrente del modo in cui gli
animali vengono uccisi. Molti di loro sono rimasti scioccati dalle immagini di caccia che
gli abbiamo mostrato, in altri casi, le aziende si trincerano dietro le certificazioni, o le
garanzie date dal Paese di provenienza. Ma sappiamo bene che la realtà è un’altra:
generalmente le aziende si limitano a verificare che l’approvvigionamento sia legittimo
e rispettoso delle norme vigenti.

Ma non indagano (o non vogliono indagare) se le
norme che regolamentano le uccisioni sono applicate e se sono sufficienti ad assicurare
adeguati livelli di tutela per gli animali, quali conseguenze possono avere le uccisioni di
questi animali sull’intera specie, e così via. Abbiamo ampiamente dimostrato che la
legge australiana non riesce ad assicurare un reale controllo sulle modalità di
uccisione, e i sistemi di certificazione, come rivelato in passate inchieste, spesso
presentano grosse mancanze e incongruenze”.

Per porre fine a questo massacro, LAV annuncia nuove azioni per far conoscere a un
pubblico sempre più vasto le conseguenze di questa “filiera”, e un’intensificazione dei
contatti con le aziende, per giungere al più presto ad impegni precisi per la dimissione
di queste produzioni.
L’associazione sta inoltre collaborando in un team internazionale per sviluppare azioni
che nei prossimi mesi la vedranno impegnata anche sul piano istituzionale, al fine di
vietare l’import, in Italia e in Europa, dei prodotti ricavati da questi animali.

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